La Congregazione delle Suore Orsoline del S. Cuore di Gesù Agonizzante

 

Le COMUNITA' in Italia        RITIRO ANNUALE 2017  Roma, 26 agosto


 

1° meditazione, sabato 26 agosto, ore 9.30

 

Percorso su Vangelo di Giovanni – non è un Vangelo semplicissimo; il Vangelo spirituale, come lo definisce sant’Ireneo.

E’ un vangelo molto diverso dagli altri tre evangelisti; ha una prospettiva del tutto particolare in quanto è una cristologia di gloria – Giovanni presenta Gesù Cristo come il Re dell’universo. Tutto ciò che potrebbe sminuire la Figura di Cristo viene omesso e Cristo sulla croce viene presentato come un RE – tutti devono sapere che Cristo è un Re. Il Vangelo sembra un po’ anche monotono; il Vangelo ripete su due/tre concetti che ripetono sempre, ma ha uno stile molto solenne e progredisce verso l’alto. Il Vangelo di Giovanni è molto ricco di tanti simboli che vanno letti e decodificati p.es.”l’acqua” , o “pneuma”. Inoltre, nel Vangelo di Giovanni ci sono molti termini che hanno un doppio significato tipo: “essere innalzato” ecc.

Giovanni utilizza una tecnica narrativa che è molto particolare e che si chiama la tecnica di fraintendimento – significa che l’evangelista presenta un tipo di discorso per poi ‘trascinare’ l’interlocutore in una realtà molto più profondo che può essere capito solo dopo aver fatto un certo tipo di percorso; possiamo solo così capire un messaggio di Gesù.

Il Vangelo di Giovanni si  suole dividere in due blocchi:

1.    Capp. 1-12, chiamato il Libro dei segni – dove racconta i segni che Gesù compie in mezzo al popolo d’Israele, per avere la comprensione

2.    Capp. 13-21, Libro dell’Ora.

Quali e quanti sono i segni? Sono sette (il numero sette non è a caso, ma una simbologia particolare: i 7 chiese, i 7 sigilli, 7 sono le coppe dell’ira di Dio, 7 sono le trombe degli angeli);

Sei dei segni sono contenuti nel primo libro dei segni e l’ultimo – segno per eccellenza – è contenuto nel secondo libro dell’Ora.

 

Il primo segno - a Cana (2,1-12): con le nozze di Cana Gesù fece l’arché dei segni, mostrò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui; egli opera il rinnovamento dell’alleanza, passando dall’acqua lustrale delle abluzioni giudaiche e di gioia all’ottimo vino che è simbolo del suo sangue, della nuova alleanza.

 

1 Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. 2 Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3 Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». 4 E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora». 5 La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà». 6 Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. 7 E Gesù disse loro: «Riempite d'acqua le giare»; e le riempirono fino all'orlo. 8 Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. 9 E come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l'acqua), chiamò lo sposo 10 e gli disse: «Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po' brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono». 11 Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.
 

Spiegazione: le sei giare, significa imperfezione, il popolo è stanco, il vino (gioia) viene a mancare e nessuno se ne accorge; solo Maria, Madre di Gesù se ne accorge e interviene – interpella il Figlio. Il dialogo tra Gesù e la sua Madre sembra piuttosto asciutto, imbarazzante … “che ho da fare con te, donna?”. Ma questa frase può assumere diversi significati: molestia, difficoltà o disimpegno nei confronti della situazione che è stata proposta; questo è piuttosto ciò che ci può interessare. Il termine “donna” negli altri contesti non ha mai avuto un significato peggiorativo ma sempre positivo (samaritana, donna sotto la croce…).

 

E’ venuto a mancare il vino...

 

- Il vino aveva un ruolo importantissimo in questa simbologia. Il vino, sia nell’Antico Testamento che nella tradizione giudaica parallela, cioè nel modo di pensare dei giudei al tempo di Gesù, è documentato chiaramente come un simbolo dell’alleanza. Il vino è il simbolo dei grandi beni che porterà il messia alla fine dei tempi; il vino è il simbolo della legge, della Bibbia, cioè della rivelazione; è il grande dono che Dio ha fatto al popolo.

Il vino è un simbolo di gioia – il banchetto è una espressione dell’entusiasmo che col passare dei giorni che si consuma, che tende ad esaurirsi – come nel nostro cammino che cala sulla nostra vita come una nube dell’indolenza, dell’impotenza – come se fosse dimostrata la nostra grande incapacità di offrire il ‘nulla’ all’infuori dell’acqua che è incolore, insapore… Ci possiamo chiedere se c’è rimedio a questa triste prospettiva? Sì, possiamo rimediare invitando a ‘casa’, a queste nostre ‘nozze’ Gesù, che saprà far nascere dall’acqua della nostra routine quotidiana il vino della novità; Gesù trasforma la nostra tristezza e il rancore, lo scoraggiamento e la nostra stanchezza nel ‘nuovo’ vino della festa di nozze con Lui – un amore nuovo, sincere; un amore migliore che è stato fin d’ora.

Possiamo dire che dal momento che per noi è finita la festa umana, inizia la vera festa di Gioia d’amore con la vita in Cristo.

Tutto questo è anche possibile grazie alla Persona di Maria – segno che indica Gesù “fate tutto quel che Lui vi dirà…” Maria non dice ‘fate ciò che io vi dico’, ma indica Gesù – Maria qui si presenta come uno dei segni per eccellenza.

 

Ci liberi Maria Immacolata dal chiacchiericcio continuo, dalla mormorazione mondana; ‘fate’, ‘ascoltate’ Gesù.

Gesù trasformi la nostra quotidianità insipida (senza colore né sapore)

in una festa, gioia con Cristo che solo Lui può trasformare tutto di noi e nella nostra vita.

 

 

PENSIERO dall'omelia

 

S.Messa: Mt 23,1-12 ... «Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

 

Il Vangelo che la liturgia di questo sabato ci propone, evidenzia due questioni di fondo che chiunque desideri una vita autentica, deve in qualche modo affrontare: la prima è 'essere / apparire' e la seconda è 'l'amore per il potere'.

Quando si tratta di difendere la sua idea di Dio, la sua idea dell'uomo, Gesù rivela un volto diverso: un volto deciso, un volto virile potremmo dire..., che sa parlare senza timori, che scorda le convenzioni, scorda la diplomazia, scorda le buone maniere per mettere a nudo la verità: quelli che sono i difetti, quelli che sono le ipocrisie, quelli che sono contrari al suo insegnamento...

(vedi: la registrazione)

 

 

 

2° meditazione, sabato 26 agosto, ore 16.30

 

“…fate quello che vi dirà…”

-          Non è un idea ma un atto

-          Non è principio ma un fondamento. Quello che ci ha salvato è proprio l'obbedienza di Cristo alla volontà del Padre.

 

Il rischio che noi religiosi corriamo è di dire che l’obbedienza è un ideale, ma poi subentra la realtà – ciò crea spesso lo scollamento in quanto corriamo rischio di vivere su due livelli diversi: quello ideale e quello delle situazioni concrete. Nella nostra vita bisogna evitare questo doppio livello – evitare di vivere nella spaccatura e nella frammentazione che, come direbbe s.Paolo, è tipica dei pagani.

 

Possiamo distinguere:

 

1.       Obbedienza e  mediazione;

2.       Obbedienza e  libertà;

3.       Obbedienza e  l’olocausto.

 

Ad 1/ Certamente l’obbedienza deve essere considerata in chiave del discernimento, ma non distoglie dall’obbedienza ed autorità – obbedienza ai legittimi superiori che è misura dell’obbedire a Dio. L’obbedienza permette di realizzare i progetti che lasciati alla propria decisione non sarebbero mai possibili. Vivere la missione implica sempre 'essere mandati'. Infatti, senza il riferimento all’obbedienza il termine ‘missione’ in senso carismatico, non è possibile (sarebbe un mestiere da compiere). Nella storia della salvezza possiamo osservare che è stata sempre la storia di mediazione. Perfino nella storia stessa di Gesù vediamo non poche mediazioni nel compiere la volontà del Padre. Spesso anche senza saperlo, gli uomini diventano strumenti di Dio nel compiere varie missioni che sono parte essenziale del disegno di Dio. Cercare sempre la volontà di Dio in conseguenza della libera e disinvolta fiducia nei suoi confronti è insomma la parola chiave nonché il fondamento di ogni obbedienza. Lo è soprattutto per i membri degli Istituti di Vita Consacrata che sono chiamati in modo del tutto speciale a cercare con maggiore speditezza il regno di Dio e la sua giustizia nella loro appartenenza speciale al Signore, deliberando unicamente per Cristo figlio di Dio, il quale si pone dinanzi a loro come il modello nonché l’obiettivo di ogni obbedienza. La persona dei superiori è l’occasione per vivere il Vangelo nell’obbedienza a Dio.. Nel documento Vita Consecrata leggiamo:chi obbedisce ha la garanzia di essere davvero in missione, alla sequela del Signore e non alla rincorsa dei propri desideri o delle proprie aspettative” (92).

 

Ad 2/ Quando obbediamo, non rinunciamo affatto alla nostra libertà – essi soni i doni offertimi da Dio, ma io li uso per abbandonarmi nelle mani di Dio; io li uso perché ritengo che ciò che mi viene comandato è infinitamente migliore di ciò che io voglio per me. San Basilio dice che possiamo obbedire per paura o per convenienza ma aggiunge che la migliore è l’obbedienza filiale. Dunque l’obbedienza non è assolutamente l’azzeramento della propria volontà o la passività della cieca rassegnazione. Non è mai un gesto dimissionario pieno di impianti ma è un atto di generosità verso Dio: “il mio cibo è fare la volontà di Dio” (Gv 4,34). E’ un atto di estrema positività; la salvezza viene dal fare la volontà di Dio e non dal fatto di non fare la propria; Affidarsi alle mediazioni del resto è conveniente e doveroso per qualsiasi religioso ( e per qualsiasi cristiano) e qualifica la propria attitudine alla libertà e alla stessa sospirata, vera autonomia.

VC, 91 - l' obbedienza caratterizza la vita consacrata. Essa ripropone in modo particolarmente vivo l'obbedienza di Cristo al Padre e, proprio partendo dal suo mistero, testimonia che non c'è contraddizione tra obbedienza e libertà. In effetti, l'atteggiamento del Figlio svela il mistero della libertà umana come cammino d'obbedienza alla volontà del Padre e il mistero dell'obbedienza come cammino di progressiva conquista della vera libertà. E' proprio questo mistero che la persona consacrata vuole esprimere con questo preciso voto. Con esso intende attestare la consapevolezza di un rapporto di figliolanza, in forza del quale desidera assumere la volontà paterna come cibo quotidiano (cfr. Gv 4, 34),

 

Ad 3/ L’obbedienza porta molto spesso con sé il carico di sofferenza, di emozioni o, di dolore. Se lasciamo ciò che ci era caro o anche se andiamo verso ciò che è poco chiaro, pesante o non gradito, dove andiamo incontro verso un certo disagio o turbamento. Certo, in questo caso non è auspicabile accettare con la rassegnazione ma, chiamare in causa la propria fede. Significa accettare ‘a motivo del Signore’ tutto ciò che ci viene dato… tutto ciò che Dio progetta per noi e ci offre attraverso queste situazioni non facili o, spesso impossibili da accettare. Così subentra di aiuto la mediazione umana attraverso l’autorità. Questa obbedienza come l’olocausto spesso lo è anche per chi esercita l’autorità – non è facile essere responsabili degli altri.

L'obbedienza a motivo ed esempio di Cristo che è al contempo oggetto di obbedienza da parte dei suoi discepoli e allo stesso tempo esempio esempio di umile sottomissione alla volontà del Padre: Egli per noi ha spogliato se stesso e si è fatto obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Ef 2, 6 – 8) realizzando in tutto e per tutto il disegno di salvezza stabilito da Dio Padre sin dall’inizio dei tempi e concretizzatosi nell’immolazione del patibolo per il riscatto dell’umanità; Cristo “imparò l’obbedienza nell’annichilire se stesso e nell’accettazione delle sofferenze e degli annichilimenti che gli sono stai imposti, “imparò l’obbedienza dalle cose che patì” (Eb 5, 8), patendo per noi e lasciandoci un esempio perché ne seguiamo le orme (cfr. 1 Pt 2, 21)

L’obbedienza esige una condizione necessaria – oltre allo spirito di intelligenza, di fede, di sacrificio e di responsabilità – quello di saper amare; Maria ne è per noi un vero esempio di obbedienza, come una pagina bianca sulla quale Dio può scrivere ciò che vuole sia compiuto in lei per la salvezza del mondo.

 


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