La Congregazione delle Suore Orsoline del S. Cuore di Gesù Agonizzante

RITIRO ANNUALE 2006

Padre Armando Genovese, mSC



29 agosto 2006

RISPETTO-RIGUARDO

L’origine del sentimento del rispetto è di natura religiosa. è la reazione che l’uomo prova, fin dai primordi, di fronte ad ogni realtà elevata, potente, magnifica. È una sensazione mista: tra la sacra grandezza e il desiderio di farne parte, e l’ansia d’esserne indegni e di dover essere rimproverati. Con lo sviluppo culturale, razionale, tecnico, l’elemento religioso si attenuò, per fare spazio a un atteggiamento di venerazione e di stima in cui però ancora risuonava l’antica sacra paura: appunto il sentimento del rispetto che si tributa alle cose grandi e belle. Nel rispetto l’uomo rinuncia a ciò che egli di norma ben volentieri fa: a possedere e ad utilizzare qualche cosa per i propri scopi; al contrario, egli si ritrae, sta a distanza. Nasce con questo uno spazio spirituale in cui ciò che merita rispetto può presentarsi liberamente e brillare. Il rispetto desidera soprattutto gli attributi della persona: la sua dignità, la sua libertà, la sua nobiltà. Probabilmente non è sbagliato dire che una vera cultura comincia con il fatto che l’uomo si ritrae. Non si spinge avanti, non afferra e rapisce per sé, ma crea quella distanza dove, come in uno spazio libero, può apparire chiaramente la persona con la sua dignità, l’opera con la sua bellezza, la natura con la sua potenza di simbolismo.

Il rispetto può assumere anche una forma, diciamo così, quotidiana. Come per ogni atteggiamento dell’uomo, si sono gradi e variazioni, così come tra bianco e nero esiste un’infinita gamma di grigi. Perciò il rispetto, che è di per sé un’attitudine alle cose grandi, si manifesta anche nella vita d’ogni giorno e possiamo chiamarlo: riguardo. Il riguardo è quel minimo elementare perché l’uomo possa convivere da uomo con l’uomo. Non è affatto necessario che si suppongano speciali valori –doti, opere, livello morale elevato o cose del genere– ma si tratta semplicemente della realtà di fatto che esiste l’altro ed egli, come me, ha libertà e responsabilità. Allora aver riguardo significa per esempio prendere sul serio le convinzioni dell’altro. Io posso contestarle, perché se io sono del parere che quanto l’altro dice è falso, ho il diritto e, in date circostanze, il dovere di fargli notare la verità, così come l’ho compresa. Ma tutto questo con riguardo; con la consapevolezza che non ho a che fare con una proposizione astratta, stampata in qualche libro, bensì con una persona umana. Se vedo che lui sbaglia, posso contestare, ma non posso fare violenza alla sua opinione o prenderlo in giro.

Il riguardo è richiesto dalla sfera privata dell’altro; dunque da quella zona in cui egli vive con se stesso. è la sfera che oggi viene sempre più dimenticata, perché oggi domina dappertutto l’impulso alla pubblicità; una smania di vedere proprio ciò che deve rimanere custodito e ritirato; un ricerca frenetica del sensazionale in cui si gusta il piacere malvagio di lacerare veli, di mettere a nudo, di svergognare. C’è la tecnica che lo rende possibile; il denaro che corre nei retroscena dei giornali, delle riviste, del cinema e della televisione. Si tratta di un’atmosfera irriguardosa di ogni diritto personale: che gusti barbari sono quelli che inducono, per esempio, a fotografare un bambino che subisce violenza, una donna che piange il marito cui è successa una disgrazia, o un cadavere massacrato dall’ennesima guerra in medio oriente. La voglia di mettere a nudo ciò che finora era protetto dal riguardo si è addirittura fabbricata un’au­reola: dicono che sia «diritto d’informazione» e parlano di «tabù» da abbattere, ma non si considera, invece, che proprio in questo modo viene abbattuto la finezza, la delicatezza, la tutela che si deve alla vita. O forse è proprio questa distruzione che si cerca. Ma anche quanta smania di venire pubblicizzati: è l’altra faccia della questione. Nella fiera della vanità che sono certe riviste illustrate, si deve supporre che il lettore, che compra la rivista, non solo tolleri, ma incoraggi certe scorribande per il privato. Oppure si pensi a quelle persone che mandano su Internet continuamente le loro immagini private. Oppure si pensi alle nostre comunità, in cui cose del tutto private diventano oggetto di chiacchiericcio nei corridoi…

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Molto ci sarebbe da annotare a questo proposito. Il riguardo è la garanzia per la dignità delle relazioni umane. Quando, per esempio, viene meno un’amicizia, gli interessati farebbero bene a chiedersi se non abbiano per caso peccato contro il riguardo. Oppure se non intendano farlo dopo la rottura dell’amicizia: a chi non è mai capitato di incontrare due vecchi amici che, per un motivo o per un altro, hanno terminato il loro rapporto di amicizia, e vomitano veleno, magari attingendo a quel sacro tesoro di confidenza che c’è stato tra di loro? Lo stesso capita con certi matrimoni che finiscono in maniera molto diversa da come erano cominciati…

Insieme al concetto di riguardo, qui possiamo introdurre anche il senso della cortesia. E con questo non vogliamo intendere soltanto certi minuetti che si fanno davanti al portone di casa: «Prima lei!», «No, per carità prima lei!»… La vera cortesia è l’espressione della stima e del riguardo per la persona umana; così ci si può incontrare di continuo nel piccolo spazio della vita non solo senza urtarsi a vicenda, anzi farlo in modo che si esprima un valore umano.

Il riguardo è necessario dovunque si tratta dell’uomo, della persona come dell’opera umana. Il rispetto invece viene fuori quando c’è la grandezza, la grande personalità e la grande creazione. Che cos’è la grandezza? Niente di quantitativo o di numerale, nel senso per esempio che il numero cento è più grande del numero dieci. è piuttosto un modo dell’atteggia­mento interiore e dell’incontro con il mondo.

Chi comincia ad aver a che fare con la grandezza, non ha la vita facile. La grandezza scoraggia, anzi paralizza, perché di fronte alla grandezza di un altro mi sento piccolo. Che cosa devo fare allora? Gli atteggiamenti più adeguati sono la veracità e il rispetto. Chi possiede veracità e rispetto dice: Lui è grande, io non lo sono. Ma è bene che la grandezza ci sia, anche se essa non è in me ma in altri. In questo modo si rispetta la grandezza e sparisce l’invidia. Quando, invece, la grandezza altrui dà fastidio, può nascere un odio nascosto, che mira a rimpicciolirla: il risentimento. Si comincia con i cavilli, si spiano i difetti in modo da poter dire che la tale celebrità non è poi chissà che cosa; si sentenzia che è un caso fortunato, e via dicendo. Ma questo non è solo risentimento, è mediocrità, è piccolezza di spirito. A chi invece riconosce in tutta libertà l’uomo grande per la ragione che la grandezza è bella, anche quando appartiene a un altro, allora avviene qualcosa di mirabile: in quel medesimo istante colui che venera sta accanto a colui che è venerato, poiché egli ha capito e riconosciuto la sua grandezza. «Gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12,10).

Anche le grandi opere e le grandi azioni richiedono una stima del genere, anche se noi a confronto ci sentiamo mortificati. Incontrare la grande opera ovunque ci sia –nella ricerca scientifica, nella creazione poetica, nell’arte, nell’azione politica–, senza corazzarsi con il rancore offeso di chi vorrebbe e non può, ma aprirsi e riconoscere che è bene che ci sia qualcuno che l’ha potuta realizzare: questo in qualche modo rende grandi allo stesso modo.

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Il rispetto –dicevamo– nasce nello spirito buono dinanzi alla personalità grande e al valore grande; e possiamo misurare la qualità di una persona dal fatto che senta o no questo rispetto, che risponda a quella grandezza con libera gioia o non risponde. Questo atteggiamento, tuttavia, può nascere anche di fronte alla piccolezza, davanti all’inerme che non è in grado di affermarsi. L’uomo volgare sente lo stato inerme –del bambino, dell’inesperto, del debole– come un’istigazione allo sfruttamento; invece l’uomo nobile si sente chiamato proprio a rispettare l’inerme. Ma perché? Di per sé è bello provare il bisogno di aiutare un bambino o un debole. Disponibilità all’aiuto dunque, questo sì, ma perché rispetto?

Forse perché l’uomo nobile di spirito, quando si trova di fronte alla miseria e alla debolezza, si sente sfiorato dalla diversità dell’esistenza e pensa. Tutto questo poi si traduce su un piano religioso. Noi ricordiamo come Gesù parla dei bambini e del guai a voi che pronuncia contro quelli che faranno del male alla loro anima (Mt 18,6-9). Oggi tale rispetto è stato in gran parte dimenticato. Quanti sono quelli che si preoccupano ancora seriamente del male che si fa ai bambini? Quanti sono quelli che si pongono il problema delle impressioni che le creature ancora moralmente indifese ricevono da riviste, dal cinema, dalla radio e dalla televisione? Dice dunque Gesù: State attenti, «perché i loro angeli contemplano sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli». Dietro il bambino inerme sta la vigilanza dell’angelo che vede la santità di Dio. Ora, ciò che vale per il bambino vale per tutti gli indifesi.

L’uomo buono ha rispetto della grande personalità, dell’opera grande, ma anche del­l’essere umano indifeso, dell’inesperto, del debole, del sofferente e dell’oppresso. A me sembra un segno di decadenza il fatto che la sventura venga offerta in pasto al pubblico e resa sensazionale attraverso i canali d’informazione. Il sentimento dell’uomo fornito di dignità davanti al dolore e alla miseria umana è: Fa’ attenzione! Non indurire il cuore! E ricorda che tu stesso potresti esserne colpito!

Ogni rispetto infine sfocia nel rispetto del sacro. Ce ne accorgiamo quando entriamo in una chiesa. C’è un motivo per il quale sono state costruite così alte e così imponenti: affinché fin dall’ingresso lo spazio colpisca. Se ciò non avviene, vuol dire che, vista nella sua essenza, quella non è una chiesa, ma solo un luogo dove si raduna gente. In chiesa noi camminiamo con passo leggero e parliamo a voce bassa. Si rivela un’altra volta la povertà del nostro tempo quando in chiesa ci si comporta come in un museo o in uno stadio. Ma c’è anche di peggio: il sacro provoca nell’uomo il ribelle che vi si annida e lo istiga all’insulto, alla bestemmia, alla violenza. E nessuno dica che gli sono personalmente estranei: stanno in agguato in ognuno di noi. Faremo molto bene a mantenere vigile in noi il rispetto del sacro.

L’atto fondamentale di questo rispetto è l’adorazione di Dio. La verità dell’uomo vi si esprime nella sua forma più perfetta, tanto meglio se anche il corpo la esprime con gesti concreti. Ci deve far pensare il fatto che oggi questo si verifichi nella vita religiosa con tanta parsimonia. Adorare Dio significa aver presente che Egli è e che io sto davanti a Lui: significa che Egli è il Creatore, e che io sono una sua creatura; che Egli è santo, ed io no, ma che mi voglio adeguare con lo spirito e con il cuore al Santo che mi sta di fronte.

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Facciamo un altro passo avanti. Abbiamo sempre cercato ogni virtù, in ultima analisi, in Dio. Egli «solo è buono», come disse Gesù al giovane (Mc 10,18), e ogni bontà nell’uomo è un elemento riverberato da Lui. Ma che significa? Che anche Dio possiede la virtù del rispetto? Non vorrei essere troppo audace, ma credo che alla domanda occorra rispondere: . E questo rispetto si esprime precisamente nel fatto che Egli ha fatto l’uomo libero. Dio ha voluto l’uomo come sua immagine, cioè intelligente e capace di responsabilità. In questo si esprime un rispetto enorme, perché avrebbe pure potuto creare l’uomo in modo che fosse vincolato al bene. E non sarebbe stata una bassezza, forse addirittura –se pensiamo un attimo all’orrendo fiume di ingiustizie e di delitti che attraversa il mondo– qualcosa di grande e di benedetto. Dio avrebbe potuto irradiare fin dal principio la sua verità nello spirito dell’uomo con tale potenza, e in modo così irresistibile che all’uomo non sarebbe stato mai possibile sbagliare e peccare. Allora il mondo sarebbe stato un’opera d’arte tutta armonia e bellezza; ma vi sarebbe mancata la meraviglia della libera creatura e l’atteggiamento di Dio a suo riguardo, un atteggiamento che potremmo tentare di esprimere dicendo: Dio rispetta l’uomo.

Un’altra ancora delle verità fondamentali della Rivelazione riceve una nuova luce: quell’evento che conclude la storia e che decide per l’eternità, il giudizio. Se ne parla per lo più come qualcosa di terrorizzante. In realtà, quando si parla di giudizio viene fatta una testimonianza d’onore per l’uomo, perché gli viene sottoposta la sua responsabilità: solo un essere liberamente responsabile può venire giudicato. Qui sta nascosto qualcosa di meraviglioso, un mistero che nessuno può decifrare: la volontà di Dio è il fondamento di ogni esistere ed operare, e tuttavia l’uomo è libero. E lo è realmente e a tal punto che può dire no alla volontà di Dio. è il rispetto di Dio, è Dio che rispetta l’uomo. Il rispetto di Dio per la libertà e insieme la risolutezza con cui vuole il bene e il bene soltanto: è il mistero sul quale si è forse più pensato e riflettuto che su qualsiasi altra cosa al mondo. Ma nessuno l’ha mai spiegato a fondo. La grandezza di Dio non calpesta l’uomo, non brucia la finitezza; al contrario la vuole, la crea con la sua persistente chiamata e la tiene nella realtà. Il suo rispetto di Creatore è lo spazio in cui noi esistiamo.